lunedì 27 ottobre 2014

LE FONTI ARCHEOLOGICHE - VALIDITA' ED ATTENDIBILITA'

Annosa questione dietro cui certa Archeologia ormai ultra-ortodossa si para pur di non dover accettare e riconoscere ufficialmente nuove realtà spesso evidenti,è quella sulla attendibilità di talune fonti e di taluni spunti di ricerca Posizione anche condivisibile, in certi casi, solo che spesso il tutto diventa strumentale , manieristico e francamente quasi ridicolo. Uno scudo dietro cui ripararsi pur di negare l'evidenza, rifiutando a priori ogni confronto. Ma la medesima intransigenza viene utilizzata anche per le " proprie " fonti ? No, assolutamente, come vedremo tra breve.
Esempi classici : l'attribuzione al Faraone Cheope della costruzione della Grande Piramide di Giza, avvenuta ufficialmente verso la metà del terzo Millennio avanti Cristo, e la negazione, ormai ai limiti del surreale, della esistenza di una Antica Civiltà Sarda a favore della impalpabile ed indefinibile" Civiltà Nuragica ", definizione questa francamente non più tollerabile. Come se la Civiltà Greca classica divenisse la " Civiltà Templistica " e la nostra Civiltà attuale quella " Stadiaria " in quanto edifichiamo gli stadi di calcio. E quella Romana ? Ovviamente " Civiltà Arenica ( o.....Arenaria, o .....Anfiteatrale o Acquedottica...) in quanto venivano edificate Arene, Anfiteatri ed Acquedotti appunto. Talmente assurdo, ne convengo, da far sorridere. .
Due esempi differenti, ma sostanzialmente ben comparabili, di come la negazione di differenti realtà archeologiche conduca comunque al medesimo risultato : lo spingersi in una sorta di tonnara - dogmatica da cui non si può più uscire senza incorrere in figuracce ben poco professionali, soprattutto ove provengano da certa accademia, per fortuna sempre più esigua. "Figuracce" a dir poco, una sorta di eufemismo.
A sostegno delle super-stratificate concezioni di cui sopra, si citano fonti, la cui attendibilità e veridicità non è in discussione. Benissimo. Innanzitutto una considerazione : ma dove è scritto che non si possa mettere in dubbio un qualcosa pur accettato da secoli ? Perchè no ? Ed allora vediamo :
Piramide di Cheope : Fonti : una iscrizione ( una sola in tutta la gigantesca costruzione ) , peraltro grammaticalmente scorretta, non databile, in cui si fa cenno al faraone Cheope. Ora, dico io, una sola iscrizione ed anche sbagliata ? Ogni commento è superfluo.
Altra,ed ultima fonte : il racconto dello Storico Greco Erodoto, che " narra " ( ebbene sì ) fatti accaduti 2.000 anni prima e riferiti da fonte non scritta ma orale. E' come se io oggi, parlando con qualcuno che conosca bene l'Anfiteatro Flavio a Roma ( Colosseo ) affermassi che, 2.000 anni fa, i Celti, o i Galli, o i Celtiberi, abbiano edificato il magnifico monumento. Non ci crederebbe nessuno, appunto. Ma c'è di più: lo stesso Erodoto ( Storiografo eccellente, 500 circa avanti Cristo, Grecia Classica ) utilizza più volte il verbo " dicono " e mai e poi mai " certamente ", con grande onestà intellettuale ( lui sì.........). Afferma,inoltre, che 100.000 uomini lavorarono per 20 anni. Ora, basta fare due calcoli ( anni, ore,minuti, diviso per il numero dei colossali blocchi pesanti spesso decine di tonnellate, circa 2.300.000 ) per giungere alla conclusione che sia stato posto, con precisione millimetrica, un blocco ogni 4 minuti circa. Per vent'anni, ininterrottamente, sempre e comunque, senza sosta, pausa, festività, cerimoniali o chissà cosa. Il tutto con funi naturali e strumenti semplicissimi. Bene : e di notte ? Con le torce ? E durante le piene del Nilo ? Con pinne maschera e boccaglio ? E come illuminavano all'interno , data la mancanza di di segni o tracce di fuliggine od altro ? E come parlavano a distanza di centinaia di metri ? Voce Stentorea alla Al Bano ? Scusate, ma l'ironia è dovuta, anche perchè il minutaggio di cui sopra si riduce ulteriormente, in maniera quasi comica.
Che poi, come sapete, edifici simili, ed in Linea, sono ubicati anche in Messico ed in Cina. Medesime problematiche............
Ed ecco che allora , improvvisamente, si comincia ad affermare che forse 20 anni non sono bastati, che forse ne sono occorsi 40 od addirittura cento.
E no, troppo comodo . Che facciamo, modifichiamo parte della fonte a nostro uso e consumo ? Non è scientificamente e metodologicamente corretto, e che diamine. Si deve restare sui 20 anni, altrimenti la fonte salta. Appunto.
Antica Civiltà Sarda : sembra di abbattere un Dogma ( che poi, ricordiamolo, dal punto di vista delle Religioni i dogmi sono essenziali, ci mancherebbe altro, in quanto chi Crede, Crede, e non servono dimostrazioni ) , ma Storia ed Archeologia non possono essere caratterizzate da dogmi,è assurdo. Ebbene, "Antica Civiltà Sarda" sembra un termine da non utilizzare, una sorta di anatema, a fronte di edifici, navi, arte bronzea, arte statuaria, organizzazione sociale, contatti con regioni lontane quali la Scozia ed il Nord della Francia, terminologie antiche ed antichissime, raffigurazioni iconografiche uniche al Mondo, reperti particolarissimi ed in genere testimonianze che parlano di una Civiltà ( e non di pastori ed allevatori semi - disorganizzati ) con una precisa identificazione certamente pre - Celtica, e quindi anteriore almeno ( almeno ) al 2.500 avanti Cristo.. Tanto precisa da averci tramandato, anche ed addirittura a livello di strumenti musicali, di maschere e di tradizioni, tanto per dirne qualcuna, peculiarità indiscutibili.
Ma basterebbe ammettere ( con la dovuta onestà intellettuale ) che un dato è francamente assurdo : i contatti, ovviamente via mare e quindi grazie alla navigazione, tra Bretagna e Sardegna sono certi, in virtù dei tanti Men - Hir presenti nei due territori. Datazione ? 3.000 / 3.500 avanti Cristo. Poi, improvvisamente, stando a certa ufficialità, i rapporti con il Nord - Ovest Europa cessano, e si deve attendere fino alla metà circa del Secondo Millennio avanti Cristo per avere nuovi rapporti tra Sardegna e Mediterraneo, ma stavolta Orientale. Scusate, ma nei duemila anni intermedi i Sardi cosa hanno fatto ? Nulla ? Nulla di nulla ? Sono tanti 2.000 anni, passarli in ozio e senza far nulla deve essere stato particolarmente tedioso. Ovvio che una barzelletta del genere sia inaccettabile, ed infatti le evidenze dei rapporti tra Scozia Settentrionale ed Antica Civiltà Sarda affermano, anzi asseverano, qualcosa di molto diverso.
Eppure si sente ancora parlare di una non meglio definita "Civiltà Nuragica", probabilmente perchè è stato impossibile ignorare le migliaia di edifici tipici dell'Isola, peraltro reperibili anche nella Scozia Settentrionale,appunto, in numero di circa un migliaio. La Metodologia Comparativa parla chiarissimo, oltre a tanti altri riscontri di cui spesso abbiamo parlato. Ma se così deve essere , e se di Civiltà Nuragica e basta si vuole continuare a parlare, vuol dire che d'ora in avanti parleremo anche di Civiltà "Templistica" per i Greci e di Civiltà "Anfiteatrale o Acquedottica" per i Romani. Mi sembra un atto di equità archeologica, non Vi sembra ? Per la piramide cosiddetta di Cheope, siamo sempre in attesa che qualcuno ci faccia vedere come si pongono in opera blocchi di decine di tonnellate di peso, ogni 2 / 3 minuti, con attrezzi, cordame e strumenti dell'epoca. Solo per un giorno, ma ogni 2/3 minuti però, e con precisione millimetrica, come ha fatto chi le ha costruite per davvero.

( tratto da : Sardegna, pagine di Archeologia negata. Una grande Civiltà Mediterranea migliaia di anni prima della Storia di Roma - di Fabio Garuti - Anguana Edizioni - Sossano -VI )

Leggi tutto ...

martedì 5 agosto 2014

DUalism ATtainable

 

 

Nei precedenti articoli erano stati raggiunti due obiettivi, il primo dimostrando la plausibilità dell’ipotesi legata all’utilizzo del valore reale di π da parte dei costruttori delle piramidi in relazione alla unità di misura “metro”, l’altro obiettivo dimostrando che il “metro” è comunque un valido strumento di decodificazione delle misure dimensionali dei monumenti anche svincolato dal valore di π, imputando alle misure dei monumenti valori simbolici che sfociano nella mitologia e nella religione dell’antico Egitto.
In particolare era stata proposta come “chiave” risolutrice l’altezza della grande piramide, che in precedenza avevamo fissato a 147m, suggerendo che questa misura andava letta nel modo seguente:
1 un dito, 4 quattro dita (un palmo), 7 sette palmi (un cubito),
sostanzialmente un numero che riporta il cubito reale ed i suoi sottomultipli.
Ricordando l’insolita metodologia usata nell’estrapolazione di π dalle due piramidi maggiori (fig. 6a) è lecito domandarsi se la stessa procedura fosse valida per l’estrapolazione di qualcosa di importante, stavolta usando la lettura simbolica dell’altezza della grande piramide,
ed è proprio questa riflessione a spalancare le porte del “duat”,
poiché se nell’estrapolazione di π venivano prese in considerazione le seguenti operazioni per le due piramidi maggiori:
Cheope      perimetro in cubiti / altezza in metri = 12
Chefren    perimetro in metri /  altezza in cubiti = π
sottintendendo la volontà di esprimere in metri l’altezza della grande piramide ed il perimetro della piramide di Chefren, la stessa volontà si sarebbe manifestata anche nella lettura simbolica delle misure in metri,
quindi se 147m dell’altezza della piramide di Cheope sono la corretta espressione simbolica pocanzi citata, dovremmo riscontrare la stessa chiara espressione in metri nella misura del perimetro della piramide di Chefren.
Purtroppo gli 861m di perimetro della piramide di Chefren non rispondono positivamente alla lettura simbolica, tuttavia prendendo in considerazione la possibilità che questo affannarsi nell’imprimere significati nelle misure dimensionali dei monumenti sia un quesito enigmistico, si arriva rapidamente alla risposta più coerente,
perché c’è un numero che meglio descrive il cubito reale ed i suoi sottomultipli, il numero è 1728.
Come per l’altezza della grande piramide leggiamo il numero destinato a rappresentare il perimetro della piramide di Chefren:
1 un cubito, 7 sette palmi (un cubito), 28 ventotto dita (un cubito),
prendendo come valido questo esercizio si entra nel “duat”, bisogna ricordare che il “duat” è il classico esempio di dualità, come la reciprocità di due mondi, forse ispirato dall’alternarsi del giorno con la notte, oppure alla contrapposizione tra mondo materiale e mondo spirituale, la vita e la morte, c’è anche la possibilità che tale termine sia stato usato per distinguere qualcosa di più tangibile, ed è quest’ultima possibilità che certamente non trascureremo,
questo perché avendo ipotizzato un perimetro di 1728m per la piramide di Chefren è il preludio ad una discesa nelle viscere della terra, un ampliamento virtuale della piramide di Chefren (fig.6b), delineando un mondo superiore visibile con un corrispettivo mondo inferiore invisibile.
Seguendo l’inclinazione ed operando un prolungamento fino a raggiungere il perimetro di 1728m, la nuova piramide raggiunge i 288m di altezza, 143.5m sopra la linea ideale del suolo a cui vanno sommati 144.5m che scendono sotto la linea ideale del suolo,
il suo apotema raggiunge i 360m,
e la lunghezza dello spigolo sfiora i 420m.

 Solo su questa nuova piramide i riscontri simbolici o semplicemente numerici fanno capire la genialità dei suoi ideatori, per iniziare il perimetro di 1728m di cui abbiamo sottolineato la lettura simbolica ha un’altra grande particolarità, esso equivale a 12³,
la lunghezza dello spigolo di circa 420m è correlata al numero dei preziosi consigli della dea Maat (42 x 10),
l’altezza di 288m  trova un suo corrispettivo speculare negli 882m di un lato della “cassa” costruita da Seth, e ancora altri riscontri che appariranno strada facendo, ma a questo punto sorge spontaneo un interrogativo,
l’ampliamento virtuale nel sottosuolo della piramide di Chefren è un caso isolato oppure anche le altre piramidi sono coinvolte in questo gioco virtuale?
Ovvio che il passo successivo è tentare un ampliamento ideale delle altre due piramidi, ed in mancanza di riferimenti è opportuno ampliare la piramide di Cheope e la piramide di Micerino finchè i propri lati non collimino con uno dei lati della piramide di Chefren, procedura che è dovuta ad un reperto archeologico molto discusso, l’ “uovo” di struzzo predinastico, poiché su questo uovo sono raffigurate le tre piramidi, l’una affiancata all’altra, raffigurazione che ha lasciato spazio a molti dibattiti ma che associata all’ampliamento virtuale lascia sicuramente pochi dubbi, la sezione delle tre piramidi ampliate (fig.7) è abbastanza eloquente anche se non tiene conto delle quote altimetriche dei lochi delle piramidi stesse, una differenza altimetrica trascurabile per la nostra dimostrazione, non altrettanto se si pensa di essere in un luogo dove tutto è disposto con precisione e fermezza d’intenti, tenendo conto che chiunque abbia costruito questi grandiosi edifici non avrebbe certo incontrato seri ostacoli a livellare il terreno su un’unica quota.
Si può facilmente notare che le dimensioni delle piramidi minori sono aumentate notevolmente perseguendo l’ampliamento virtuale ispiratoci

dal simbolismo delle misure espresse in metri, e seguendo le distanze interassiali rilevate da Flinders Petrie, l’assonanza con l’ “uovo” predi nastico è sbalorditiva, tuttavia le piramidi di Cheope e Micerino non presentano la chiaro leggibilità della piramide di Chefren. Per cui abbiamo riscontri favorevoli per il nostro approccio decodificatore: simbolismo e chiaro leggibilità  valido sulle strutture reali, manifestazione da parte dei costruttori di conoscere la geometria delle figure circolari, similitudine tra piramidi ampliate virtualmente ed “uovo” predinastico e come ultimo avvaloramento una distanza tra punto più meridionale e punto più settentrionale del complesso monumentale virtuale che è poco meno di 2000 cubiti reali (1998.43c.r.), il che lascia supporre che l’intenzione dei costruttori poteva essere orientata per fissare i lati lungo la direttrice Nord-Sud proprio in 2000 cubiti reali, supposizione che trova sostegno nelle misure interassiali rilevate da Petrie considerando l’ampliamento virtuale delle piramidi, dunque la mancanza di chiaro leggibilità delle misure delle piramidi esterne non è da imputare ad una errata posizione delle medesime, esiste invece la possibilità che la posizione della piramide di Chefren non sia stata quella prevista, ovvero una posizione dovuta ad un ripensamento in fase esecutiva, tuttavia non alterandone le dimensioni della piramide ampliata da noi suggerite.
Prendendo in considerazione questa tenue possibilità si ammetterebbe il seguente scenario, la posizione della piramide di Cheope è corretta, come anche la posizione della piramide di Micerino, non possiamo dire lo stesso per la piramide di Chefren, quindi evocando le presunte paternità dei monumenti, Cheope segue un progetto, il successore Chefren non contempla il progetto del predecessore, e in modo inaspettato Micerino riprende il progetto iniziato con Cheope, percorrendo invece le vie lontane dalle presunte paternità si potrebbe delineare un nuovo scenario, se vogliamo più congeniale per una comunanza progettuale, ovvero le piramidi conosciute come di Cheope e Micerino furono edificate per prime, forse all’unisono, delimitando un area rettangolare con misure precise ed altamente simboliche, successivamente iniziarono l’edificazione della piramide conosciuta come di Chefren ed in maniera piuttosto misteriosa ebbero un ripensamento progettuale collocandola in una posizione “errata”.
Per non smentire l’approccio usato fin ora continueremo per la strada più impervia e controversa, anche perché i risultati ottenuti depongono a nostro favore, quindi per quanto sia impervia e difficile da percorrere si ha la netta sensazione di essere sul percorso giusto, ed avendo varcato il cancello del “duat” sicuramente incontreremo altri risultati positivi, che confermeranno la bontà di questa ricerca.

 

Leggi tutto ...

martedì 10 giugno 2014

RHAZIONALITA

BRAD 17 RESEARCH

Nel precedente articolo era stata avanzata l’ipotesi che il “metro” sia stato già utilizzato dai costruttori delle piramidi per effetto di una formula matematico-geometrica relativa alle peculiarità delle figure circolari.
Una ipotesi piuttosto discutibile, soprattutto perché il “metro” vede la sua ufficializzazione come unità di misura lineare in un’epoca abbastanza recente ( fine 1700 circa), una ipotesi che assume aspetti sconcertanti se utilizziamo il metro per le misurazioni dei monumenti di Giza, poiché esso dimostra di avere una ragione di esistere anche senza la presenza del valore di pi-greco.
Procediamo nella dimostrazione con piccoli ma significativi passi, isolando le cifre numeriche dei perimetri delle due piramidi maggiori (924m e 861m) otteniamo un insieme numerico eterogeneo, ovvero i numeri: 9, 2, 4, 8, 6, 1,
esulano da questo gruppo i numeri 3, 5, 7,  e se vogliamo lo zero,
sulla base di questa piccola anomalia possiamo dilettarci in osservazioni e calcoli degni della migliore rivista di enigmistica,
innanzitutto il doppio della somma dei due perimetri ci riporta al gruppo numerico mancante:
(924 + 861) x 2 = 3570
un chiaro sintomo della capacità e della volontà dei progettisti delle piramidi di usare il “metro” presentandolo con cifre rotonde e sotto molti aspetti simboliche,
è emblematica la lettura della somma degli spazi vuoti tra le tre piramidi considerando la posizione dell’osservatore ad Est oppure ad Ovest del sito archeologico (fig.3), che si presenta come segue:
spazio compreso tra lato Sud della piramide di Cheope e lato Nord della piramide di Chefren uguale a 130.735m,

 spazio compreso tra lato Sud della piramide di Chefren e lato Nord della piramide di Micerino uguale a 225.955m , sommando i due valori:
130.735 + 225.955 = 356.69m
un’ottima approssimazione di 357, con un margine d’errore di 0.31m, poco più di trenta centimetri (0.09%), approssimazione che in futuro sarà ridotta a zero, approssimazione che certamente non era contemplata dal genio matematico del progettista ed esecutore del complesso architettonico.
Per ora soffermiamoci sulla volontà di imprimere nell’architettura delle piramidi di Giza, un messaggio fortemente scientifico attraverso due unità di misura distinte che convivono con armonia nelle dimensioni  dei monumenti, proponendo il primo legame tra la religione egizia ed il sito archeologico, concentrando le nostre attenzioni sui “preziosi” o “saggi consigli” della dea Maat.
Vale certo la pena di ricordare che la dea Maat era una delle divinità maggiormente tenute in considerazione, si riteneva che senza di essa il mondo sarebbe sprofondato nel caos, ed i suoi “preziosi o saggi” consigli per qualche millennio rappresentarono quello che si può definire un equivalente dei comandamenti biblici , non certo per il numero, poiché i “preziosi consigli” erano 42.
La cosa che merita la nostra attenzione è che nelle misure dimensionali dei monumenti di Giza il numero 42 appare in numerose circostanze, per di più espresso in entrambe le unità di misura (metro e cubito) ed anche in assenza di essi, come l’ottima approssimazione di 42° dell’angolo formato tra lo spigolo e la diagonale di base della piramide di Cheope, numero 42 di cui riportiamo alcune iterazioni:
1764 cubiti sono il perimetro della piramide di Cheope, 1764 che è l’equivalente di 42²,
differenza tra le altezze delle piramidi maggiori 3.5m (147 – 143.5), dove 3.5m sono esattamente 1/42 dell’altezza della grande piramide (147 / 42 = 3.5m),

3.5m che a loro volta rappresentano il raggio di un cerchio di circonferenza pari a 42 cubiti reali una buona approssimazione la rileviamo nella lunghezza dello spigolo della grande piramide, circa 420 cubiti reali (42 x 10), oppure accedendo nella grande piramide ci si accorge che la quota sulla base della medesima dello snodo (fig.4) tra cunicolo discendente e cunicolo ascendente è di 4.2m
(42 / 10),
anche i condotti detti di “ventilazione” sono una reiterazione, la superficie della sezione dei condotti è di 42cm²,
sostanzialmente una manifestazione palese di fissare sulle dimensioni dei monumenti questo numero simbolico, espresso in tutte le salse possibili ed immaginabili, numero che troverà una esplosione di riscontri quando giungeremo alla “cassa” costruita da Seth, argomento ancora lontano dall’essere toccato, poiché ancora deve finire la dimostrazione della reale conoscenza del “metro” e soprattutto della capacità di utilizzarlo con sistema numerico decimale,
un tema spinoso, perché anche se i dati finora raccolti supportano in modo sufficientemente soddisfacente la conoscenza e l’uso della “moderna” unità di misura non è detto che la stessa sia stata usata con un sistema decimale,
certamente il raggruppamento numerico eterogeneo depone a favore di questo sistema, dire che sia sufficiente però è abbastanza prematuro,
tuttavia analizzando in maniera più accurata le misure dei monumenti, il sistema decimale assume una presenza “giustificata” dalla logica.

 

 

Leggi tutto ...

venerdì 6 giugno 2014

Pi-Egizio

BRAD 17 RESEARCH
Questa serie di articoli è un succinto resoconto di una ricerca svolta con strumenti rudimentali ed il libera autonomia, sono oltremodo grato allo staff di “NIBIRU 2012” per avermi concesso la pubblicazione dei medesimi,  anche perché sono stato messo nella condizione di superare difficoltà enormi, per lo più  oggettivi ostacoli di natura “burocratica” nel presentare e discutere questa ricerca alle istituzioni o agli enti preposti per la valutazione di ricerche scientifiche.
La ricerca è concentrata sui monumenti di Giza e sui numerosi interrogativi che circondano il sito archeologico, passando con una necessaria panoramica sullo strumento fondamentale per lo sviluppo di scienza e tecnologia di qualsiasi civiltà, la matematica, nello specifico la matematica e la geometria nota agli ideatori delle piramidi e della sfinge. In molti frangenti ci troveremo a discutere anche della religione e dei miti dell’antico Egitto, questo perché esiste una percezione condivisa da molti, che i miti e le liturgie religiose possono essere veicoli di nozioni scientifiche e che al contempo sono una cronaca di eventi e personaggi realmente esistiti, in entrambe i casi la decodificazione è piuttosto complicata, tuttavia con una seria e paziente analisi si può accedere alle meraviglie di questa antichissima civiltà, arrivando a disegnare l’identikit degli edificatori delle piramidi di Giza, che “stranamente” diverge dalle figure faraoniche.
PI-EGIZIO
Ormai da anni si dibatte sulla presunta conoscenza della costante geometrica pi-greco da parte degli antichi egizi, dibattito aperto con le considerazioni sul rapporto tra perimetro ed altezza della grande piramide che riporterebbero ad una buona approssimazione di tale valore moltiplicato per due, dibattito che trova una controparte negli  estimatori del problema 50 del papiro di Rhind, nel quale l’approssimazione ricavata è piuttosto grossolana, per facilitare la comprensione delle distinte posizioni illustriamo di seguito le due situazioni:
1) perimetro della G.P./ altezza G.P. = 6.2857    ( 3.1428 x 2)
2) valore stimato dal problema 50 del papiro di Rhind su un cerchio di diametro 9, π = 3.1604 (?)
 tra i due valori si è ritenuto di privilegiare il secondo valore perché frutto di un problema geometrico, imputando all’altro valore un processo casuale, tuttavia l’argomentazione che segue dimostrerà con molta eloquenza quanto sia stata superficiale ed errata questa presa di posizione. La nostra analisi è orientata verso l’unità di misura lineare egiziana il “cubito reale” in concomitanza alle dimensioni ed alla dislocazione delle piramidi di Giza, che susciterà interrogativi più grandi ma simultaneamente ci metterà nelle condizioni migliori per decodificare queste presunte conoscenze.
Il cubito reale corrisponde a 0.5236 m., il motivo del nostro interesse è che nel cerchio trigonometrico (fig.1-a) il cubito reale corrisponde al segmento circolare ottenuto da un angolo di 30°, ovvero il cubito reale è equiparabile a π/6, con un margine approssimativo che scende ai decimillesimi, sicuramente migliore del pi-greco rilevato da Archimede.
La cosa che lascia increduli è che la dislocazione geografica di Giza (fig.1-b) trova la sua latitudine proprio a 30°, ragion per cui si aprono due interrogativi,
il primo è se la civiltà egizia fosse stata in grado di rilevare l’effettiva posizione geografica del sito, il secondo è legato al connubio tra metro, pi greco e cubito reale perché la precedente osservazione sulla valenza angolare del cubito reale nasce da un equivalente espresso in metri.
Mentre per il primo non troviamo prove che ne supportino in modo distinto la reale capacità di computare le dimensioni terrestri, si può con acutezza ed una certa dose di coraggio trovare una risposta al secondo,


 .

(figura 1: in alto il cerchio trigonometrico (a) , in basso il globo terrestre (b).)

cioè gli antichi egizi conoscevano ed utilizzavano il metro (100 cm), una ipotesi non facile da accettare ma che è supportata da una delle discipline più antiche dell’umanità, l’architettura.
Per essere più precisi e chiari sono le dimensioni dei monumenti che confermano la validità di questa ipotesi, le difficoltà nel conseguire misure esatte per la mancanza del rivestimento esterno sono facilmente valicabili accettando l’ipotesi che vede una conoscenza del “metro” in concomitanza con il perfezionismo degli antichi egizi di esprimere numeri non interi con frazioni numeriche, ragion per cui oltre alle numerose misurazioni di monumenti dell’antico Egitto che riportano cifre intere espresse in metri, è ragionevole e pertinente considerare cifre non intere come insiemi frazionari, quindi in prossimità di stime con numeri oltre la virgola ci affideremo al mezzo metro, al quarto di metro, al terzo di metro, etc,
cosi che partendo da pochi dati raccolti sul web si ottengono le seguenti misure dimensionali delle tre piramidi:
                                          altezza      perimetro   lato di base (metri)
piramide di Cheope      147            924               231              
piramide di Chefren     143.5         861               215.25
piramide di Micerino    65.5          414               103.5

Sembra impossibile, ma con questi pochi dati ed accettando come valida l’ipotesi della conoscenza del “metro” si può intravedere il genio matematico e geometrico degli ideatori di Giza, di cui ora dimostreremo la reale conoscenza del pi-greco che di conseguenza supporterebbe anche la valenza geografica del cubito reale.
In sostanza le due piramidi maggiori si comportano come un comune vocabolario traduttore, come il classico Italiano – Inglese e Inglese – Italiano, con la differenza che esse traducono misure lineari piuttosto che lingue, tutto ciò è facilmente rilevabile seguendo due semplici operazioni:
 

Leggi tutto ...

martedì 4 marzo 2014

Tre Riflessioni sulla Costruzione della Grande Piramide





 

La Piramide di CheopeUn'opera "colossale" come L’Anphytheatrum Flavium, fu realizzata in circa 8 anni (72 d.C – 80 d.C.) con tecnologie di oltre 2500 anni più avanzate di quella Egizia all’epoca della costruzione della grande piramide (i Romani conoscevano la ruota, la carrucola, il ferro ed altri leveraggi combinati) e con il massimo sforzo dell’ingegneria Romana, per realizzarla nel più breve tempo possibile.
Due foto satellitari nelle giuste proporzioni di scala, che mettono a confronto il Colosseo con la Grande Piramide. Da notare il perfetto allineamento della piramide con i 4 punti cardinali

 

Sotto, due disegni (sezioni mezzeria) per confrontare l’altezza

In pratica la grande piramide potrebbe quasi inglobare al suo interno l’intero Colosseo:

Infatti con la sua altezza di circa 57m, il Colosseo è solo ad 1/3 dell'altezza della Piramide di Cheope. Col suo lato più lungo di 188m è ben lontano dai 230m di Cheope.
Impressionante è il confronto sul peso: 7 milioni di tonnellate per la piramide, contro 0,25 milioni di tonnellate del Colosseo (considerando un peso specifico di 2,5 tonnellate a m3 per il travertino). I Romani si guardarono bene dal sollevare in quota blocchi dal peso di 2, 3, 10 fino a 70 tonnellate. Piuttosto si limitarono ad applicare il sistema "arco" alla perfezione movimentando in quota blocchi sempre al di sotto della tonnellata.
Sotto un disegno di una gru di epoca romana, sconosciuta agli Egizi e comunque inadeguata al sollevamento in quota dei blocchi di granito da 70 tonnellate della cosiddetta “camera del re”:

Trainata da buoi per mezzo dei due grossi cilindri, i quali fungevano da ruote durante il trasporto (fig.1) e da propulsore durante il sollevamento. I cilindri erano sufficientemente grandi da poter ospitare un certo numero di persone che, camminando all’interno di essi, imprimevano la rotazione al perno principale: qui era fissata la fune di sollevamento, sostituita all’occorrenza da quella necessaria al movimento del braccio

Il confronto sul volume di roccia impiegata è altrettanto impressionante: 0,1 milioni di m3 per il Colosseo, contro i 2,3 milioni di m3 della Piramide: ovvero la piramide ha un volume costruito di circa 23 volte superiore al Colosseo. Anche per il fattore tempo, il confronto è interessante, considerando che il faraone Cheope avrebbe regnato dal 2620-2597 a. C., ovvero circa 23 anni per alcune fonti, mentre dal 2589-2566 a.C per altre fonti, comunque circa 23 anni in tutto e che la costruzione della piramide sia avvenuta in circa 20 anni.
Riassumiamo:
1) Hcolosseo = 57m; Hpiramide = 150m
2) Lcolosseo = 188m; Lpiramide = 230m
3) Pcolosseo = 0,25*106 ton; Ppiramide = 7*106 ton; (Ppiramide/Pcolosseo)=28
4) Vcolosseo = 0,1*106 m3; Vpiramide = 2,3*106 m3; (Vpiramide /Vcolosseo)=23
5) Tcolosseo = 8 anni; Tpiramide = 20 anni; (Tpiramide/Tcolosseo)=2,5
Quindi la Piramide rispetto al Colosseo ha un peso circa 28 volte maggiore, ed ha un volume circa 23 volte maggiore, ma è stata costruita i soli 20 anni, quindi impiegando solo 2,5 volte il tempo che i Romani impiegarono per costruire il Colosseo 2500 anni dopo, utilizzando tecnologie sconosciute agli Egizi all’epoca della costruzione della piramide, quali la ruota, la carrucola e le travi in ferro.
La differenza è di circa un ordine di grandezza tra Peso-Volume e Tempo, elemento questo che deve indurre a riflettere poiché nell’analisi scientifica uno scarto simile è indice di un errore nella teoria o nell’esperimento: in questo caso essendo certo il metodo ed il tempo impiegato dai Romani per costruire il Colosseo, è immediato pensare ad una rivalutazione della teoria sulla costruzione della grande piramide.
Volendo forzare un confronto, se consideriamo un fattore di proporzione medio tra i rapporti Peso e Volume, abbiamo un valore di 25 volte: applicandolo al fattore tempo, significa che se i Romani avessero voluto realizzare un Colosseo a “grandezza piramide di Cheope”, avrebbero dovuto impiegare circa 200 anni (25x8=200).
O, viceversa, se i Romani avessero avuto le stessa bravura degli Egizi, avrebbero dovuto realizzare il Colosseo in meno di 4 mesi (8x12/25=3,84).
Quale superiorità viene attribuita oggi alla civiltà Egizia del 2500 a.C. per credere che abbia realizzato un’opera immensa in soli 20 anni, ridicolizzando lo sforzo ingegneristico della civiltà Romana che oltre 2500 anni dopo avrebbe impiegato 200 anni per realizzare un’opera paragonabile?
Questi semplici confronti, senza alcuna pretesa di precisione scientifica da laboratorio, riescono indubbiamente a dare indicazioni importanti sugli ordini di grandezza in gioco: i dati su peso,volume e tempo possono non essere precisi, ma il loro ordine di grandezza è inconfutabile.
Ed il confronto sugli ordini di grandezza mostra che stiamo attribuendo agli Egizi una capacità ingegneristica, tecnica e costruttiva di gran lunga superiore a quella Romana, sebbene quest’ultima padroneggiasse mezzi e tecnologie più avanzate.
Nel 2570 a.C. (data in cui si ritiene costruita la piramide) è dimostrato che gli Egizi non conoscessero la ruota, né di conseguenza la carrucola. Non conoscevano inoltre nemmeno il ferro, ma solo il rame.
Oggi, nel 2013, è tecnicamente impossibile movimentare blocchi di granito da 70 tonnellate senza l’ausilio di mezzi meccanici-idraulici speciali.
Ipotizziamo che la cava dalla quale furono estratti i blocchi di roccia calcarea si trovasse su una collina posta a circa 1 km dalla grande piramide (dott. Diego Baratono,2007): estrarre, lavorare, ruotare, capovolgere, spostare sulle slitte, trasportare verso la piramide, poi affrontare la rampa inclinata, arrivare alla quota prevista, posizionare con precisione millimetrica blocchi dal peso dai 1 tonnellata fino a 4 tonnellate, il tutto senza
l’ausilio nemmeno della più rudimentale carrucola, diventa un’operazione da sottoporre ad un’attento studio di fattibilità.
Avessero almeno avuto la gru romana (fig.1), avremmo potuto farci un’idea di come avvenissero le operazioni suddette, ma è dimostrato che al massimo gli Egizi hanno usato leve in legno o rame.
Se poi passiamo ai blocchi da 40 fino a 70 tonnellate della “camera del re” allora le suddette operazioni appaiono ai limiti delle spiegazioni fisiche.
A titolo di esempio, si riporta un disegno dove si evincono le proporzioni dei blocchi:


Fig.2 (dal Libro “Nel Cantiere della Grande Piramide” M.V. Fiorini): il 10% dei blocchi ha un peso superiore alla tonnellata (per intenderci il peso di una Fiat Panda nuova a benzina); mentre solo il 2% supera le 20 tonnellate con picchi di 70 tonnellate.

Leggi tutto ...

mercoledì 5 febbraio 2014

Quando l’uomo spense il cielo

Guardare all’insù, che si faccia con curiosità, con dubbio, con ammirazione, per studio…guardare all’insù è un gesto che ogni uomo o donna, sulla Terra, almeno una volta nella vita…ha fatto. Il cielo stellato, oggettivamente, è uno spettacolo che la natura regala ogni giorno – nuvole e nebbia permettendo – ed è per questo che l’uomo, dotato di intelligenza e di gusto per “ciò che è bello”, anche tra i suoi impegni, tra la frenesia, tra il generale disinteresse diffuso di questi tempi, ogni tanto…beh, ogni tanto uno sguardo a quei puntini luminosi lo volge.

E lo volge senza l’aiuto ed i consigli di quello che mi piace definire “consumismo astronomico”. Una sorta di scadenziario, in cui l’uomo medio deve guardare il cielo il 10 agosto, per vedere “le stelle cadenti”. O in presenza di un evento “particolare”, come un eclissi, una cometa. In cui misteriosamente la stampa diventa improvvisamente onnisciente di un argomento sino al giorno prima trascurato. Non ce n’è bisogno, non serve l’aiuto del telegiornale di turno…basta guardare, ed è pure gratis.

E l’uomo lo fa da secoli, da millenni. Visitando le rovine di antiche città, in ogni parte del mondo, è facile accorgersi di come “l’osservatorio astronomico” sia una struttura – in varie forme e gradi evolutivi – sempre presente. Viene da chiedersi perché il cielo stellato fosse considerato talmente importante da dover addirittura realizzare intere strutture atte a studiarlo. Viene da chiedersi come mai le conoscenze astronomiche, in assenza di strumenti ottici che hanno permesso l’osservazione “diretta”, si siano spinte a livelli inimmaginabili, soprattutto se confrontate con le disponibilità tecnologiche dell’epoca.


Leggi tutto ...

martedì 14 gennaio 2014

Il Risveglio della Sonda Rosetta

Il risveglio della sonda Rosetta: sbarcherà sulla cometa Churyumov-Gerasimenko
La sonda era stata ibernata. “La missione è targata Esa (l’Agenzia spaziale europea), ma l’Italia, insieme a Germania e Francia, è tra i maggiori contributori - spiega Enrico Flamini, coordinatore scientifico dell’Agenzia spaziale italiana (Asi)-. Italiano è, ad esempio, il trapano che perforerà la superficie"



Il risveglio della sonda Rosetta: sbarcherà sulla cometa Churyumov-Gerasimenko

Passaggio d’anno nel segno delle comete per la comunità astronomica internazionale. Dopo l’appuntamento mancato con Ison, quasi del tutto disintegrata dall’abbraccio gravitazionale del Sole, anche l’anno nuovo vedrà una luminaria cosmica tra i protagonisti del cielo. Stavolta, però, in maniera indiretta, perché sarà l’uomo ad andarle incontro con un proprio messaggero. Nel 2014 per la prima volta una navetta spaziale sbarcherà su uno di questi fossili celesti. È stata battezzata Rosetta, dal nome della celebre stele che ha permesso agli archeologi di decifrare i geroglifici egizi.

“Il 2014 potrebbe essere un anno storico per l’esplorazione spaziale – spiega Enrico Flamini, coordinatore scientifico dell’Agenzia spaziale italiana (Asi) -. Dopo un lungo viaggio iniziato dieci anni fa, una sonda si poserà sulla cometa Churyumov-Gerasimenko, con il rover Philae, dal nome dell’isola del Nilo dove fu rinvenuto l’obelisco usato per interpretare la scrittura egizia. I nomi scelti per la missione non sono affatto casuali. Questi corpi celesti – aggiunge l’astrofisico italiano – sono, infatti, fondamentali per decodificare la parte iniziale della scrittura del Sistema solare”.

Le comete sono grosse palle di neve sporca che, come messaggi cosmici in bottiglia, ci raccontano dell’origine del nostro sistema planetario. Ma sono anche oggetti turbolenti, complicati da avvicinare e studiare, capaci di piombare inattesi all’interno del Sistema solare con orbite talvolta imprevedibili. Il passaggio ravvicinato al Sole le illumina mostrandone l’incantevole coda. Ma il loro è un fuoco effimero e, quando riescono a sopravvivere all’attrazione fatale della nostra stella, tornano presto a nascondersi nell’oscurità dello spazio profondo. Leggi tutto ...